Massimo Vitali: una storia italiana is not, as one might believe, the catalog of an exhibition or a volume of photography criticism. It is much more: it is an accurate microscopical investigation into the subjects and techniques used by the artist and on everything that lays “behind the image”, as Federico Zeri would have said; it is also a story of how one should approach Vitali’s work, reconstructing its history and culture. […]

Although they might seem so, Massimo Vitali’s photographs are anything but snapshots immortalising the fleeting moment: they require a very long preparation, the construction of a special “viewing” space (a 7 meters high platform) and long wait times; nor are they reassuring postcards from summer and winter leisure places, rather betraying in the undercurrent a sometimes even caustic reflection on society.

It is precisely on the long creative process, on the cultural substratum that animates these pictures overflowing with references to other art forms, from cinema to performing arts, that Noemi Pittaluga focuses, who with her trained eye identifies Vitali’s story with an all-Italian story, in a long trajectory the goes from Renaissance masterpieces to Venetian landscape paintings, from the cinema of the economic boom to the photo-reportage of the Fascist massacres of the 70s. […]

Someone might wonder how it is possible to find these “traces” of antiquity in Vitali’s photographs, which are rather rich in today’s life, in youthful rituals, in contemporary landscapes. Well, they are there (I had talked about them in Vitali’s Blog here), they are underground, almost subliminal, and this is the reason that makes them so familiar to us, indeed, so “Italian”: from here starts a well-documented analysis by Pittaluga who does not disdain comparisons between the pictures and the baroque theatrical drawings of the princes’ scenographer, the “magician” Giacomo Torelli, with its theatrical wings downscaled to increase the perspective effect and with the invention that made him famous, the angle scene. Indeed, it is difficult not to “read” Vitali’s photographs as ephemeral stages where scenography is composed by nature and the human figure. From the composition point of view, Vitali’s photographs can also be interpreted as real paintings, through the “secret geometry” of the painters, the drawing behind the work of art described by Charles Bouleau. Like a landscape painting, or a photorealist glimpse, his photographs are also surprising optical illusions, and perfect vision machines.

But as Pittaluga rightly points out, the apparent tranquillity and serenity of Vitali’s photographs hides a disquieting question about reality reproduced through a medium: one wonders what is “true” and what is artificial in what surround us, when this is filtered by thousands of technical devices, exactly as Truman Show first told us and now with Don’t look Up.

IT

Massimo Vitali: una storia italiana non è, come si potrebbe credere, il catalogo di un’esposizione o un volume di critica fotografica. E’ molto di più: è un’accurata indagine al microscopio dei soggetti e delle tecniche usate dall’artista e di tutto ciò che sta “dietro l’immagine”, come avrebbe detto Federico Zeri; è anche un racconto di come ci si debba avvicinare all’opera di Vitali, ricostruendone storia e cultura.

Anche se lo sembrano, le fotografie di Vitali sono tutt’altro che istantanee che immortalano l’attimo fuggente: necessitano di una lunghissima preparazione, della costruzione di uno speciale spazio di “visione” (una piattaforma situata a sette metri di altezza) e di lunghe attese; e non sono affatto confortanti cartoline dai luoghi estivi e invernali di svago, tradendo nel sottotraccia, una riflessione talvolta anche caustica, sulla società. […]

E proprio sul lungo processo creativo, sul sostrato culturale che anima queste fotografie che grondano riferimenti ad altre arti, dal cinema alle performing arts, che si sofferma Noemi Pittaluga, che con il suo occhio esperto identifica la storia di Vitali con una storia tutta italiana, in una lunga traiettoria che va dai capolavori del Rinascimento, alla pittura di paesaggio veneziana, dal cinema del boom economico ai fotoreportage delle stragi fasciste degli anni Settanta. […]

Qualcuno si domanderà come è possibile trovare queste “tracce” dell’antico nelle fotografie di Vitali, così ricche piuttosto, di vita di oggi, di rituali giovanili, di paesaggi contemporanei. Ebbene, ci sono (io ne avevo parlato nel blog di Vitali qui), sono sotterranee, quasi subliminali, ed è questo il motivo che le rende a noi così familiari, appunto, così “italiane”: da qua parte una ben documentata analisi della Pittaluga che non disdegna confronti tra le fotografie e i disegni teatrali barocchi dello scenografo dei principi, il “mago” Giacomo Torelli, con le sue quinte in scala ridotta per aumentare l’effetto della prospettiva e con l’invenzione che lo rese famoso, la veduta per angolo. In effetti è difficile non “leggere” le fotografie di Vitali come dei palcoscenici effimeri la cui scenografia è composta da natura e figura umana. Dal punto di vista compositivo, le fotografie di Vitali si possono interpretare anche come dei veri e propri quadri, attraverso quella “geometria segreta” dei pittori, quel disegno sotto l’opera raccontato da Charles Bouleau. Come un quadro vedutista, oppure uno scorcio fotorealista le sue fotografie sono anche delle sorprendenti illusioni ottiche, e delle perfette macchine della visione.

Ma come nota giustamente la Pittaluga, l’apparente tranquillità, serenità delle fotografie di Vitali cela un inquietante interrogativo sulla realtà riprodotta attraverso un medium: viene da chiederci cosa ci sia di “vero” e cosa di artificiale in ciò che ci circonda, quando questo viene filtrato dai mille dispositivi tecnici, esattamente come ce l’hanno raccontato Truman Show prima e oggi Don’t look up. Il volume contiene anche un’ampia intervista all’autore.

Anna Maria Monteverdi, "Le fotografie di Massimo Vitali nel libro di Noemi Pittaluga" in Digital Performance, December 2021.